1. Macrobio, Sat. 2.7.10-19

 

10Publii autem sententiae feruntur lepidae et ad communem usum adcommodatissimae, ex quibus has fere memini singulis versibus circumscriptas:
10Si tramandano alcune massime di Publio argute ed estremamente adatte ad essere usate nella vita quotidiana. Queste, più o meno, sono quelle che ricordo, tutte racchiuse nello spazio di un singolo verso:

11Beneficium dando accepit qui digno dedit.

11Un dono fatto a chi ne è degno è un dono ricevuto

Feras, non culpes, quod mutari non potest.

È bene sopportare, non deprecare ciò che non può essere cambiato.

Cui plus licet quam par est plus vult quam licet.

Colui al quale è permesso più di ciò che è giusto vuole più di quanto gli è permesso.

Comes facundus in via pro vehiculo est.

In viaggio, un compagno loquace è come un mezzo di trasporto.

Frugalitas miseria est rumoris boni.

La frugalità: miseria della quale si parla bene.

Heredis fletus sub persona risus est.

Il pianto di un erede: un sorriso sotto la maschera.

Furor fit laesa saepius patientia.

La pazienza molestata troppo spesso si trasforma in ira.

Inprobe Neptunum accusat qui iterum naufragium facit.

Sbaglia ad accusar Nettuno chi fa naufragio la seconda volta.

Nimium altercando veritas amittitur.

Discutendo troppo, si perde di vista la verità.

Pars beneficii est, quod petitur si cito neges.

Rifiutare subito di dare ciò che ci vien chiesto è concedere parte del beneficio.

Ita amicum habeas, posse ut fieri hunc inimicum putes.

Se hai degli amici, pensa sempre che possono diventare tuoi nemici.

Veterem ferendo iniuriam invites novam.

Ignorare l’antica offesa è come sollecitarne una nuova.

Numquam periclum sine periclo vincitur.

Non si può superare un pericolo senza correre un pericolo.

12Sed quia semel ingressus sum scenam loquendo, non Pylades histrio nobis omittendus est, qui clarus in opere suo fuit temporibus Augusti et Hylam discipulum usque ad aequalitatis contentionem eruditione provexit. 13Populus deinde inter utriusque suffragia divisus est, et cum canticum quoddam saltaret Hylas cuius clausula erat: Τὸν μέγαν Ἀγαμέμνονα, sublimem ingentemque Hylas velut metiebatur. Non tulit Pylades, et exclamavit e cavea: Σὺ μακρὸν οὐ μέγαν ποιεῖς. 14Tunc eum populus coegit idem saltare canticum: cumque ad locum venisset quem reprehenderat, expressit cogitantem, nihil magis ratus magno duci convenire quam pro omnibus cogitare. 15Saltabat Hylas Oedipodem, et Pylades hac voce securitatem saltantis castigavit: Σὺ βλέπεις. 16Cum in Herculem furentem prodisset et nonnullis incessum histrioni convenientem non servare videretur, deposita persona ridentes increpuit: Μωροὶ, μαινόμενον ὀρχοῦμαι. 17Hac fabula et sagittas iecit in populum. Eandem personam cum iussu Augusti in triclinio ageret, et intendit arcum et spicula inmisit. Nec indignatus est Caesar eodem se loco Pyladi quo populum Romanum fuisse. 18Hic, quia ferebatur mutasse rudis illius saltationis ritum, quae apud maiores viguit, et venustam induxisse novitatem, interrogatus ab Augusto, quae saltationi contulisset, respondit:

12Dato che ormai ho iniziato a parare di teatro, sarà bene non trascurare l’attore Pilade, che divenne famoso nella sua arte ai tempi di Augusto, e il suo discepolo Hylas, che grazie ai suoi insegnamenti finì per diventare suo pari e rivale. 13Il popolo era diviso nell’accordare il proprio favore all’uno e all’altro. Una volta Hylas stava danzando su un’aria che finiva con “Il grande Agamennone”, e con i suoi movimenti lo rappresentava come un personaggio di grande corporatura e alta statura. Pilade sbottò, gridando dalle gradinate: “Lo stai facendo alto, non grande!” 14Al che il popolo lo sollecitò a danzare sulla stessa aria: e lui rappresentò un Agamennone pensoso, nella convinzione che a un grande re si addice soprattutto darsi pensiero per tutti. 15Un’altra volta Hylas danzava Edipo [che era cieco], e Pilade rimproverò la sicurezza dei suoi passi dicendo: “Ma tu ci vedi!” 16Quando Pilade si presentò sulla scena a danzare un Ercole furioso, alcuni ritennero che non stesse mantenendo un portamento adatto all’azione rappresentata. Lui interruppe la rappresentazione e biasimò così coloro che lo deridevano: “Sciocchi, sto rappresentando un folle!” 17Durante questo stesso spettacolo si mise anche a scagliare frecce verso il pubblico. Su ordine di Augusto, ebbe anche a rappresentare lo stesso personaggio durante un banchetto: e anche quella volta tese l’arco e scagliò le frecce, ma Cesare non si sdegnò di venir trattato da Pilade al pari di tutto il popolo di Roma. 18Si riteneva che Pilade avesse trasformato il modo di danzare piuttosto grezzo praticato nei tempi antichi, introducendo una nuova eleganza. Allora Augusto gli chiese quali novità egli avesse portato nella sua arte, e lui rispose citando Omero:

Αὐλῶν συρίγγων τ᾽ ἑνοπὴν, ὁμαδόν τ᾽ ἀνθρώπων.

il suono di flauti e zampogne, e le voci degli uomini (Iliade 10.13).

19Idem cum propter populi seditionem pro contentione inter se Hylamque habita concitatam indignationem excepisset Augusti, respondit: Καὶ ἀχαριστεῖς βασιλεῦ· ἔασον αὐτοὺς περὶ ἡμᾶς ἀσχολεῖσθαι.

19Una volta Pilade fu oggetto dell’irritazione di Augusto, a causa dei tumulti popolari causati dalla rivalità tra lui e Hylas. Allora rispose così: “Sei ingrato, mio principe: faresti meglio a lasciare che perdano tempo con noi”.

(trad. L. G.)