3. Apuleius, Met. 1.5-19 (story of Aristomenes)

5 1At ille: “Istud quidem quod polliceris aequi bonique facio, uerum quod inchoaueram porro exordiar. Sed tibi prius deierabo solem istum omniuidentem deum me uera comperta memorare, 2nec uos ulterius dubitabitis si Thessaliae proximam ciuitatem perueneritis, quod ibidem passim per ora populi sermo iactetur quae palam gesta sunt. 3Sed ut prius noritis cuiatis sim, qui sim: <Aristomenes sum>, Aegiensis; audite et quo quaestu me teneam: melle uel caseo et huiusce modi cauponarum mercibus per Thessaliam Aetoliam Boeotiam ultro citro discurrens. 4Comperto itaque Hypatae, quae ciuitas cunctae Thessaliae antepollet, caseum recens et sciti saporis admodum commodo pretio distrahi, festinus adcucurri id omne praestinaturus. 5Sed ut fieri adsolet, sinistro pede profectum me spes compendii frustrata est; omne enim pridie Lupus negotiator magnarius coemerat. Ergo igitur inefficaci celeritate fatigatus commodum uespera oriente ad balneas processeram:

5 1E lui: “Accetto la tua proposta ben volentieri, e ricomincio subito la storia che avevo iniziato. Ma prima di tutto ti giuro per il Sole, dio che tutto vede, che racconto cose accertate per vere. 2Nemmeno voi avrete dubbi in proposito, se arriverete alla più vicina città della Tessaglia: questi fatti si sono svolti in pubblico, e lì tutti non fanno che parlarne. Ma prima, perché sappiate chi sono e da dove vengo: sono Aristomene, di Egio. Ed ecco con che mestiere mi guadagno da vivere: vado in giro per Tessaglia Etolia e Beozia commerciando in miele, formaggio e altre provviste per osterie. 4Dunque, venuto a sapere che ad Ipata – la città più importante di tutta la Tessaglia – si svendeva ad un prezzo molto conveniente formaggio fresco e dal gusto sopraffino, ci andai in gran fretta per comprarmi tutta la produzione. 5Ma, come capita, partii con il piede sbagliato e la mia speranza di guadagno andò in fumo: il formaggio lo aveva comprato tutto un certo Lupo, un grossista, proprio il giorno prima. E così, stanco morto per quell’inutile affrettarsi, al calar della sera me ne ero andato ai bagni.

6 1ecce Socraten contubernalem meum conspicio. Humi sedebat scissili palliastro semiamictus, paene alius lurore, ad miseram maciem deformatus, qualia solent fortunae decermina stipes in triuiis erogare. 2Hunc talem, quamquam necessarium et summe cognitum, tamen dubia mente propius accessi. ‘Hem’, inquam ‘mi Socrates, quid istud? Quae facies? Quod flagitium? At uero domi tuae iam defletus et conclamatus es, liberis tuis tutores iuridici prouincialis decreto dati, 3uxor persolutis feralibus officiis luctu et maerore diuturno deformata, diffletis paene ad extremam captiuitatem oculis suis, domus infortunium nouarum nuptiarum gaudiis a suis sibi parentibus hilarare compellitur. At tu hic laruale simulacrum cum summo dedecore nostro uiseris’.
4‘Aristomene’, inquit ‘ne tu fortunarum lubricas ambages et instabiles incursiones et reciprocas uicissitudines ignoras’, et cum dicto sutili centunculo faciem suam iam dudum punicantem prae pudore obtexit ita ut ab umbilico pube tenus cetera corporis renudaret. 5Nec denique perpessus ego tam miserum aerumnae spectaculum iniecta manu ut adsurgat enitor.

6 1E chi ci incontro? Socrate, un vecchio amico. Se ne stava seduto per terra, coperto a mala pena da un mantellaccio lacero, quasi irriconoscibile tanto era pallido, imbruttito e magro da far paura: proprio come uno di quei derelitti perseguitati dalla fortuna che chiedono l’elemosina agli incroci. 2Anche se eravamo amici e lo conoscevo benissimo, era ridotto in una condizione tale che ebbi qualche esitazione nel rivolgermi a lui: ‘Ma… Socrate mio, che significa questo? Come ti sei conciato? Che infamia! A casa tua ormai ti piangono per morto, e per decreto del giudice provinciale ai tuoi figli son stati assegnati dei tutori. 3Dopo aver compiuto i riti funebri tua moglie, devastata dal lutto e dalla lunga sofferenza, ha pianto fino a consumarsi gli occhi e diventare quasi cieca; ora i suoi genitori la stanno spingendo a stemperare il dolore che avvolge la sua casa con l’allegria e le gioie di un nuovo matrimonio. E tu qui, cadaverico, come un fantasma! Una vista che ci fa davvero vergognare’.
4‘Oh, Aristomene…’ mi rispose, ‘tu proprio non conosci gli insidiosi andirivieni della sorte, i suoi assalti imprevedibili, le sue infinite giravolte!’ Con queste parole si coprì il volto, già da un po’ arrossito per la vergogna, con quel suo straccio rattoppato – ma in questo modo si denudò il resto del corpo dall’ombelico in giù, fino alle vergogne. 5Non potendo sopportare oltre il misero spettacolo delle sue tribolazioni, gli porgo la mano e cerco di farlo alzare.

7 1At ille, ut erat, capite uelato: ‘Sine, sine’ inquit ‘fruatur diutius tropaeo Fortuna quod fixit ipsa’.
2Effeci sequatur, et simul unam e duabus laciniis meis exuo eumque propere uestio dicam an contego et ilico lauacro trado, quod unctui, quod tersui, ipse praeministro, 3sordium enormem eluuiem operose effrico, probe curato ad hospitium lassus ipse fatigatum aegerrime sustinens perduco, lectulo refoueo, cibo satio, poculo mitigo, fabulis permulceo. 4Iam adlubentia procliuis est sermonis et ioci et <cavillum> scitum [et cauillum], iam dicacitas timida, cum ille imo de pectore cruciabilem suspiritum ducens dextra saeuiente frontem replaudens: 5‘Me miserum’ infit ‘qui dum uoluptatem gladiatorii spectaculi satis famigerabilis consector in has aerumnas incidi. 6Nam, ut scis optime, secundum quaestum Macedoniam profectus, dum mense decimo ibidem attentus nummatior reuortor, modico prius quam Larissam accederem, per transitum spectaculum obiturus in quadam auia et lacunosa conualli a uastissimis latronibus obsessus atque omnibus priuatus tandem euado, 7et utpote ultime adfectus ad quandam cauponam Meroen, anum sed admodum scitulam, deuorto, eique causas et peregrinationis diuturnae et domuitionis anxiae et spoliationis [diuturnae et dum] miserae refero; 8quae me nimis quam humane tractare adorta cenae gratae atque gratuitae ac mox urigine percita cubili suo adplicat. 9Et statim miser, ut cum illa adquieui, ab unico congressu annosam ac pestilentem con<suetudinem> contraho 10et ipsas etiam lacinias quas boni latrones contegendo mihi concesserant in eam contuli, operulas etiam quas adhuc uegetus saccariam faciens merebam, quoad me ad istam faciem quam paulo ante uidisti bona uxor et mala fortuna perduxit’.

7 1Lui però, la testa ancora coperta, mi resiste: ‘Lasciami stare… lascia che la Fortuna continui a godersi il trofeo che lei stessa ha innalzato’.
2Alla fine lo convinco a venir via con me. Intanto mi tolgo una delle due tuniche che indossavo e rapidamente lo rivesto – o forse dovrei dire lo copro. Poi lo infilo subito in una vasca da bagno; gli porgo personalmente il necessario per ungersi e asciugarsi, 3e gli strofino via premurosamente quell’alluvione di sporcizia che lo ricopre. Dopo averlo accudito con cura lo porto alla mia locanda, sostenendolo a mala pena per quanto eravamo stanchi tutti e due; lì lo faccio riposare sul letto, lo rifocillo offrendogli del cibo, lo calmo dandogli da bere, lo blandisco con qualche racconto. 4Ed ecco che sopravviene una voglia crescente di parlare e scherzare, qualche battuta arguta, qualche timida spiritosaggine; ma all’improvviso trae dal profondo del petto un sospiro di dolore, si batte furiosamente la fronte con la mano ed esclama: 5‘Povero me! Volevo soltanto godermi uno spettacolo gladiatorio di cui tutti parlavano, e mi son cacciato in questi guai. 6Come sai bene, ero partito alla volta della Macedonia per affari, e dopo aver lavorato lì per nove mesi me ne stavo tornando a casa ben provvisto di denaro. Poco prima di arrivare a Larissa (era lì che di passaggio volevo andare a vedere quello spettacolo), in una vallata remota e impraticabile vengo attaccato da terribili briganti e derubato di tutto. Riesco comunque a fuggire; 7poiché ero allo stremo delle forze prendo alloggio da un’ostessa di nome Meroe, avanti negli anni ma ancora molto piacente. Le racconto i motivi del mio lungo viaggio, del travagliato ritorno, della sciagurata aggressione dei ladroni; 8lei comincia a trattarmi in modo più che gentile, mi offre gratis una cena assai gradita e poi, presa da prurito amoroso, mi offre anche il suo letto. 9E subito, povero me, appena andai a letto con lei, dopo un unico amplesso mi ritrovai invischiato in una relazione indissolubile e rovinosa. 10Finii per consegnare a lei anche gli stracci che quei ladroni generosi mi avevano lasciato per coprirmi, e perfino le misere paghe che quando ero ancora in forze mi guadagnavo facendo il facchino: e così quella buona compagna e la cattiva sorte mi hanno ridotto nelle condizioni in cui mi hai visto poco fa’.

8 1‘Pol quidem tu dignus’ inquam ‘es extrema sustinere, si quid est tamen nouissimo extremius, qui uoluptatem Veneriam et scortum scorteum Lari et liberis praetulisti’. 2At ille digitum a pollice proximum ori suo admouens et in stuporem attonitus ‘Tace, tace’ inquit et circumspiciens tutamenta sermonis: ‘Parce’ inquit ‘in feminam diuinam, nequam tibi lingua intemperante noxam contrahas’.
3‘Ain tandem?’ inquam ‘Potens illa et regina caupona quid mulieris est?’
4’Saga’ inquit ‘et diuina, potens caelum deponere, terram suspendere, fontes durare, montes diluere, manes sublimare, deos infimare, sidera extinguere, Tartarum ipsum inluminare’.
5’Oro te’ inquam ‘aulaeum tragicum dimoueto et siparium scaenicum complicato et cedo uerbis communibus’.
6‘Vis’ inquit ‘unum uel alterum, immo plurima eius audire facta? Nam ut se ament efflictim non modo incolae uerum etiam Indi uel Aethiopes utrique uel ipsi Anticthones, folia sunt artis et nugae merae. Sed quod in conspectum plurium perpetrauit, audi.

8 1‘Per Polluce’ gli rispondo, ‘ti meriti davvero che ti capiti il peggio, se poi c’è qualcosa di peggio delle tue ultime disavventure, tu che a casa e famiglia hai preferito i piaceri di Venere e una baldracca incartapecorita’. 2Al che lui si porta l’indice alla bocca e quasi impietrito dall’ansia mi dice: ‘Zitto, zitto!’ E guardandosi intorno per vedere se potevamo parlare al sicuro aggiunge: ‘Non offendere quella donna dai poteri sovrannaturali, se con quella tua linguaccia priva di controllo non vuoi tirarti addosso qualche disgrazia’.
3‘Dici sul serio? E che donna è mai, questa ostessa potente come una regina?’
4‘È una maga, con poteri divini! Può tirar giù il cielo e sollevare la terra, pietrificare le fonti, liquefare i monti, sollevare in cielo i Mani e abbassare gli dei sottoterra, spegnere le stelle e inondare di luce l’inferno’.
5‘Ma per favore’, gli risposi, ‘metti via il sipario tragico, ripiega i teloni di sfondo e parla come mangi!’
6Ma lui: ‘Vuoi che ti racconti una o due delle sue imprese – anzi, parecchie? Può far innamorare follemente di sé non solo la gente di qui ma anche gli Indiani, gli Etiopi d’Oriente e d’Occidente e persino gli abitanti degli Antipodi; ma questi sono solo gli aspetti più banali della sua arte, delle sciocchezzuole. Senti invece quali malefici ha compiuto di fronte a molti testimoni.

9 1Amatorem suum, quod in aliam temerasset, unico uerbo mutauit in feram castorem, 2quod ea bestia captiuitatis metuens ab insequentibus se praecisione genitalium liberat, ut illi quoque simile [quod uenerem habuit in aliam] proueniret. 3Cauponem quoque uicinum atque ob id aemulum deformauit in ranam, et nunc senex ille dolium innatans uini sui aduentores pristinos in faece submissus officiosis roncis raucus appellat. 4Alium de foro, quod aduersus eam locutus esset, in arietem deformauit, et nunc aries ille causas agit. 5Eadem amatoris sui uxorem, quod in eam dicacule probrum dixerat iam in sarcina praegnationis obsepto utero et repigrato fetu perpetua praegnatione damnauit, et 6ut cuncti numerant, iam octo annorum onere misella illa uelut elephantum paritura distenditur.

9 1Un suo amante, dato che l’aveva tradita con un’altra, con una sola parola lo ha trasformato in castoro: 2quella bestia, quando ha paura di essere catturata, si sottrae ai suoi inseguitori amputandosi i genitali, e lei voleva che anche a lui capitasse la stessa cosa. 3Ha trasformato anche, stavolta in rana, un oste suo vicino che le faceva concorrenza: ora quel povero vecchio nuota in una botte del suo vino e, standosene giù nella feccia, cerca di attirare i suoi clienti di un tempo con gracidii premurosi. 4Un avvocato che aveva parlato contro di lei lo ha tramutato in ariete, e ora quell’ariete blatera arringhe in tribunale. 5E poi la moglie di un suo amante, che aveva parlato male di lei con un po’ troppa foga, l’ha condannata ad una gravidanza perpetua bloccandole l’utero e rallentando i movimenti del nascituro quando era già appesantita dal parto imminente: 6e adesso quella disgraziata, stando ai calcoli che tutti fanno, è ingrossata da un feto di otto anni, come se stesse per partorire un elefante.

10 1Quae cum subinde ac multi nocerentur, publicitus indignatio percrebruit statutumque ut in eam die altera seuerissime saxorum iaculationibus uindicaretur. 2Quod consilium uirtutibus cantionum anteuortit et ut illa Medea unius dieculae a Creone impetratis indutiis totam eius domum filiamque cum ipso sene flammis coronalibus deusserat, 3sic haec deuotionibus sepulchralibus in scrobem procuratis, ut mihi temulenta narrauit proxime, cunctos in suis sibi domibus tacita numinum uiolentia clausit, ut toto biduo non claustra perfringi, non fores euelli, non denique parietes ipsi quiuerint perforari, 4quoad mutua hortatione consone clamitarent quam sanctissime deierantes sese neque ei manus admolituros, et si quis aliud cogitarit salutare laturos subsidium. 5Et sic illa propitiata totam ciuitatem absoluit. At uero coetus illius auctorem nocte intempesta cum tota domo, id est parietibus et ipso solo et omni fundamento, ut erat, clausa ad centesimum lapidem in aliam ciuitatem summo uertice montis exasperati sitam et ob id ad aquas sterilem transtulit. 6Et quoniam densa inhabitantium aedificia locum nouo hospiti non dabant, ante portam proiecta domo discessit’.

10 1Queste cose accadevano di continuo, e molti altri sono stati colpiti dai suoi malefici: perciò l’indignazione pubblica è cresciuta, finché si è deciso che il giorno dopo la si sarebbe punita con la morte per lapidazione. 2Tramite i suoi incantesimi, però, lei ha prevenuto questa decisione. La Medea del mito, dopo aver ottenuto da Creonte una dilazione di un solo giorno, aveva incendiato con le fiamme scaturite dalla corona tutta la casa di lui, con dentro il vecchio re e sua figlia; 3e allo stesso modo Meroe, dopo aver magicamente scavato una fossa con delle formule necromantiche (me lo ha raccontato lei stessa di recente, mentre era ubriaca), tramite l’oscura forza delle potenze sovrannaturali ha rinchiuso tutti quanti nelle loro case. Per ben due giorni non sono riusciti a rompere i chiavistelli o scardinare le porte e nemmeno a sfondare le pareti, 4finché tutti, incoraggiandosi l’un l’altro, non hanno proclamato all’unisono e giurato solennemente che mai avrebbero alzato le mani su di lei, e che se qualcuno avesse avuto altre idee sarebbero venuti a portarle aiuto. 5E così Meroe, rabbonita, ha liberato tutta la città. Ma quello che aveva sobillato la folla, a notte fonda lo ha trasportato con tutta la sua casa (pareti, pavimento e fondamenta), chiusa così come era, in un’altra città a cento miglia di distanza, sulla vetta di un monte scosceso e arido. 6E poiché le case di chi già vi abitava, tutte attaccate l’una all’altra, non lasciavano alcuno spazio per quella del nuovo arrivato, se ne è andata lasciandola davanti alle porte della città’.

11 1‘Mira’ inquam ‘nec minus saeua, mi Socrates, memoras. 2Denique mihi quoque non paruam incussisti sollicitudinem, immo uero formidinem, iniecto non scrupulo sed lancea, ne quo numinis ministerio similiter usa sermones istos nostros anus illa cognoscat. 3Itaque maturius quieti nos reponamus et somno leuata lassitudine noctis antelucio aufugiamus istinc quam pote longissime’.
4Haec adhuc me suadente insolita uinolentia ac diuturna fatigatione pertentatus bonus Socrates iam sopitus stertebat altius. 5Ego uero adducta fore pessulisque firmatis grabatulo etiam pone cardinem supposito et probe adgesto super eum me recipio. 6Ac primum prae metu aliquantisper uigilo, dein circa tertiam ferme uigiliam paululum coniueo. 7Commodum quieueram, et repente impulsu maiore quam ut latrones crederes ianuae reserantur immo uero fractis et euolsis funditus cardinibus prosternuntur. 8Grabatulus alioquin breuiculus et uno pede mutilus ac putris impetus tanti uiolentia prosternitur, me quoque euolutum atque excussum humi recidens in inuersum cooperit ac tegit.

11 1‘Socrate mio’, gli dico, ‘cose straordinarie mi racconti, e non meno terribili. 2E sì, anche a me hai provocato non poca inquietudine, per non dire paura; mi hai insinuato, anzi proprio inchiodato in testa il timore che quella vecchia, servendosi ancora dell’aiuto di qualche potenza sovrannaturale, possa venire a conoscenza dei nostri discorsi. 3Perciò andiamocene presto a riposare, e dopo un buon sonno ristoratore fuggiamo via il più lontano possibile da qui, prima del sorgere del sole’.
4Mentre mi stavo ancora prodigando in questi consigli il buon Socrate, intorpidito dal vino a cui non era abituato e dal prolungato affaticamento, si era già assopito e russava sonoramente. 5Io allora chiudo la porta e serro i chiavistelli; per buona giunta sposto anche il mio lettuccio dietro i cardini, ce lo appoggio per bene e mi ci stendo sopra. 6Resto sveglio a lungo per la paura ma poi, poco dopo la mezzanotte, mi assopisco per un momento. 7Avevo appena chiuso gli occhi quando, con una violenza anche maggiore di quella che ci si aspetterebbe da dei ladroni, la porta si spalanca – anzi, viene proprio abbattuta, i cardini rotti e strappati dalla parete. 8Il mio lettuccio, che già era piccolo, monco di un piede e tutto tarlato, viene ribaltato dalla violenza dell’impatto; cadendo all’indietro mi rovina addosso e mi nasconde del tutto, dopo che anch’io ero rotolato giù e finito a terra.

12 1Tunc ego sensi naturalitus quosdam affectus in contrarium prouenire. Nam ut lacrimae saepicule de gaudio prodeunt, ita et in illo nimio pauore risum nequiui continere de Aristomene testudo factus. 2Ac dum in fimum deiectus obliquo aspectu quid rei sit grabatuli sollertia munitus opperior, uideo mulieres duas altioris aetatis; 3lucernam lucidam gerebat una, spongiam et nudum gladium altera. Hoc habitu Socratem bene quietum circumstetere. 4Infit illa cum gladio: ‘Hic est, soror Panthia, carus Endymion, hic Catamitus meus, qui diebus ac noctibus inlusit aetatulam meam, 5hic qui meis amoribus subterhabitis non solum me diffamat probris uerum etiam fugam instruit. 6At ego scilicet Vlixi astu deserta uice Calypsonis aeternam solitudinem flebo’. Et porrecta dextera meque Panthiae suae demonstrato: 7‘At hic bonus’ inquit ‘consiliator Aristomenes, qui fugae huius auctor fuit et nunc morti proximus iam humi prostratus grabattulo subcubans iacet et haec omnia conspicit, impune se laturum meas contumelias putat. 8Faxo eum sero, immo statim, immo uero iam nunc, ut et praecedentis dicacitatis et instantis curiositatis paeniteat’.

12 1E fu così che sperimentai di persona come alcune emozioni per natura si manifestino nel loro esatto contrario: infatti, proprio come le lacrime sono spesso prodotte dalla gioia, allo stesso modo, terrorizzato com’ero non riuscii a trattenermi dal ridere, io che da Aristomene ero stato trasformato in tartaruga. 2Scaraventato a terra e protetto dal premuroso lettuccio, osservo di sottecchi quello che accade: vedo due donne piuttosto in là con gli anni, 3una delle quali teneva una luminosa lucerna, l’altra una spugna e una spada sguainata. Così equipaggiate si misero intorno a Socrate, ancora profondamente addormentato. 4Quella con la spada disse: ‘Questo, sorella Pantia, è il mio caro Endimione, il mio Ganimede, che giorno e notte si è fatto beffe della mia tenera età; 5quello che sdegnando il mio amore non solo mi diffama e mi oltraggia, ma anche cerca di fuggire! 6E io, certo, piangerò la mia eterna solitudine come Calipso abbandonata dall’astuto Ulisse’. Poi allungò la destra e mi indicò a Pantia: 7‘E quello è il suo buon consigliere Aristomene, che ha progettato questa fuga; ora, mezzo morto e già steso a terra, giace sotto al suo giaciglio e osserva tutto, pensando di potermi insultare impunemente. 8Ma più tardi – anzi no, adesso – anzi no, in questo preciso istante farò in modo che si penta sia delle chiacchiere di prima che della curiosità di adesso’.

13 1Haec ego ut accepi, sudore frigido miser perfluo, tremore uiscera quatior, ut grabattulus etiam succussu meo inquietus super dorsum meum palpitando saltaret. 2At bona Panthia: ‘Quin igitur’, inquit ‘soror, hunc primum bacchatim discerpimus uel membris eius destinatis uirilia desecamus?’
3Ad haec Meroe – sic enim reapse nomen eius tunc fabulis Socratis conuenire sentiebam –: ‘immo’ ait ‘supersit hic saltem qui miselli huius corpus paruo contumulet humo’, 4et capite Socratis in alterum dimoto latus per iugulum sinistrum capulo tenus gladium totum ei demergit 5et sanguinis eruptionem utriculo admoto excipit diligenter, ut nulla stilla compareret usquam. Haec ego meis oculis aspexi. 6Nam etiam, ne quid demutaret, credo, a uictimae religione, immissa dextera per uulnus illud ad uiscera penitus cor miseri contubernalis mei Meroe bona scrutata protulit, cum ille inpetu teli praesecata gula uocem immo stridorem incertum per uulnus effunderet et spiritum rebulliret. 7Quod uulnus, qua maxime patebat, spongia offulciens Panthia: ‘Heus tu’, inquit ‘spongia, caue in mari nata per fluuium transeas’. 8His editis ambae, una remoto grabattulo, uaricus super faciem meam residentes uesicam exonerant, quoad me urinae spurcissimae madore perluerent.

13 1Povero me! A sentire queste minacce mi infradicio di sudore freddo e rabbrividisco di paura fin nel midollo, tanto che anche il lettuccio, agitato da quel mio tremore, comincia a sussultare e a traballarmi sulla schiena. 2E la cara Pantia suggerisce: ‘Perché dunque, sorella mia, non cominciamo da lui e lo facciamo a pezzi come Baccanti, oppure lo leghiamo mani e piedi e lo castriamo?’
3Le rispose Meroe (e in quel momento mi rendevo conto che di fatto il suo nome si addiceva all’ostessa di cui Socrate mi aveva raccontato): ‘Meglio di no: sopravviva almeno lui, che possa spargere un pugno di terra sul corpo di questo disgraziato’. 4Poi piegò verso destra la testa di Socrate, e attraverso la clavicola sinistra gli infilò dentro tutta la spada fino all’elsa; 5accostato alla ferita un piccolo otre raccolse con cura il fiotto di sangue che ne sgorgava, così da non spargerne nemmeno una goccia. Tutto questo l’ho visto con i miei occhi. 6La brava Meroe, immagino per non cambiare nemmeno una virgola dei riti sacrificali, infilò la mano destra in quella ferita, frugando giù fino alle viscere, finché ne tirò fuori il cuore del mio povero amico; e lui, la gola squarciata dalla spada, emise un suono – anzi, un sibilo inarticolato – e gorgogliò via l’ultimo respiro. 7Pantia tamponò con una spugna la ferita nel punto dove era più larga, e disse: ‘Tu spugna, che sei nata nel mare: attenta a non attraversare il fiume’. 8Dopo queste parole mi tolgono il lettuccio di dosso, si accucciano a gambe larghe sopra la mia faccia e svuotano la vescica, infradiciandomi di lurida urina.

14 1Commodum limen euaserant, et fores ad pristinum statum integrae resurgunt: cardines ad foramina residunt, <ad> postes [ad] repagula redeunt, ad claustra pessuli recurrunt. 2At ego, ut eram, etiam nunc humi proiectus inanimis nudus et frigidus et lotio perlutus, quasi recens utero matris editus, immo uero semimortuus, uerum etiam ipse mihi superuiuens et postumus uel certe destinatae iam cruci candidatus: 3‘Quid’ inquam ‘me fiet, ubi iste iugulatus mane paruerit? Cui uidebor ueri similia dicere proferens uera? 4«Proclamares saltem suppetiatum, si resistere uir tantus mulieri nequibas. Sub oculis tuis homo iugulatur, et siles? 5Cur autem te simile latrocinium non peremit? Cur saeua crudelitas uel propter indicium sceleris arbitro pepercit? Ergo, quoniam euasisti mortem, nunc illo redi»’.
6Haec identidem mecum replicabam, et nox ibat in diem. Optimum itaque factu uisum est anteluculo furtim euadere et uiam licet trepido uestigio capessere. 7Sumo sarcinulam meam, subdita claui pessulos reduco; at illae probae et fideles ianuae, quae sua sponte reseratae nocte fuerant, uix tandem et aegerrime tunc clauis suae crebra immissione patefiunt.

14 1Avevano appena varcato la soglia, ed ecco che la porta si rimette in piedi, intatta come se non fosse successo nulla: i cardini si infilano di nuovo nei loro fori, le sbarre tornano a introdursi negli stipiti, i chiavistelli si reinseriscono nelle loro guide. 2E io così com’ero, ancora schiantato a terra, tramortito, nudo, tremante di freddo e fradicio di urina come fossi stato appena espulso dall’utero di mia madre – anzi, mezzo morto, sopravvissuto a me stesso e come uscito dalla fossa, o almeno destinato ad una sicura morte in croce: 3‘Che sarà di me’, mi lamento ‘quando domattina scopriranno che costui è stato sgozzato? Anche se dirò la verità, chi mai crederà che il mio racconto è verosimile? 4‘«Avresti almeno potuto invocare aiuto», diranno, «se un omone come te non poteva far fronte ad una donna. Un uomo viene sgozzato sotto i tuoi occhi, e tu stai zitto? 5E perché mai questa terribile banda di delinquenti non ha fatto fuori anche te? Perché, pur così feroci e crudeli, hanno risparmiato un testimone, se non altro per evitare che il loro crimine venisse svelato? Perciò, dato che sei sfuggito alla morte, adesso torna da lei!»’.
6Mentre mi tormentavo senza posa con questi pensieri, la notte sfumava nel giorno. La cosa migliore da fare mi sembrò andar via di soppiatto prima dell’alba e mettermi subito in cammino, anche se le ginocchia mi tremavano. 7Perciò prendo il mio piccolo bagaglio, infilo la chiave e faccio per aprire il chiavistello; ma quella porta così affidabile e sicura, che di notte si era spalancata di sua propria volontà, ora mi si apre soltanto a mala pena e con grande sforzo, dopo aver infilato la chiave più e più volte.

15 1Et ‘Heus tu, ubi es?’ inquam; ‘Valuas stabuli absolue, antelucio uolo ire’. Ianitor pone stabuli ostium humi cubitans etiam nunc semisomnus: 2‘Quid? Tu’ inquit ‘ignoras latronibus infestari uias, qui hoc noctis iter incipis? Nam etsi tu alicuius facinoris tibi conscius scilicet mori cupis, nos cucurbitae caput non habemus ut pro te moriamur’. 3‘Non longe’ inquam ‘lux abest. Et praeterea quid uiatori de summa pauperie latrones auferre possunt? An ignoras, inepte, nudum nec a decem palaestritis despoliari posse?’ 4Ad haec ille marcidus et semisopitus in alterum latus reuolutus: ‘Vnde autem’ inquit ‘scio an conuectore illo tuo, cum quo sero deuorteras, iugulato fugae mandes praesidium?’
5Illud horae memini me terra dehiscente ima Tartara inque his canem Cerberum prorsus esurientem mei prospexisse. 6Ac recordabar profecto bonam Meroen non misericordia iugulo meo pepercisse, sed saeuitia cruci me reseruasse.

15 1‘Ehi tu, dove sei?’ grido. ‘Apri le porte della locanda, voglio partire prima che faccia giorno’. Il custode, steso a terra dietro la porta e ancora mezzo addormentato, risponde: 2‘Ma cosa vuoi? Non sai che le strade sono infestate dai banditi, tu che ti vuoi mettere in viaggio a quest’ora della notte? Evidentemente hai qualche crimine sulla coscienza e vuoi morire; ma anche così, io non sono mica così zuccone da voler morire al posto tuo!’ 3Gli rispondo: ‘Ormai non manca molto all’alba. E poi, che mai possono rubare dei banditi ad un viandante senza il becco d’un quattrino? Sciocco, forse non sai che chi è già nudo non può essere spogliato nemmeno da dieci lottatori?’ Al che quello si volta dall’altro lato e mi risponde, ancora sonnacchioso e mezzo addormentato: ‘E come faccio io a sapere che non hai sgozzato il tuo compagno di viaggio, quello con cui sei arrivato ieri sera sul tardi, e che adesso non cerchi di scappare e metterti in salvo?’
5In quel momento ricordo che la terra mi si spalancò sotto i piedi fino a farmi vedere l’inferno, e lì dentro anche il cane Cerbero che non aspettava altro che sbranarmi. 6E ripensavo che la brava Meroe non mi aveva certamente risparmiato il collo per pietà: invece, sadica, mi aveva tenuto in serbo per la croce.

16 1In cubiculum itaque reuersus de genere tumultuario mortis mecum deliberabam. 2Sed cum nullum aliud telum mortiferum Fortuna quam solum mihi grabattulum subministraret, ‘Iam iam grabattule’ inquam ‘animo meo carissime, qui mecum tot aerumnas exanclasti conscius et arbiter quae nocte gesta sunt, 3quem solum in meo reatu testem innocentiae citare possum, tu mihi ad inferos festinanti sumministra telum salutare’, 4et cum dicto restim, qua erat intextus, adgredior expedire ac tigillo, quod fenestrae subditum altrinsecus prominebat, iniecta atque obdita parte funiculi et altera firmiter in nodum coacta ascenso grabattulo ad exitium sublimatus et immisso capite laqueum induo. 5Sed dum pede altero fulcimentum quo sustinebar repello, ut ponderis deductu restis ad ingluuiem adstricta spiritus officia discluderet, 6repente putris alioquin et uetus funis dirumpitur, atque ego de alto recidens Socraten – nam iuxta me iacebat – superruo cumque eo in terram deuoluor.

16 1Tornato dunque nella mia stanza, dibattevo tra me e me su come improvvisare un modo di darmi la morte. 2La Fortuna non mi offriva alcuna arma mortale se non il mio lettuccio; è a lui dunque che mi rivolgo con queste parole: “Ahi ahi lettuccio, carissimo al mio cuore, tu che assieme a me hai sopportato fino in fondo tante pene, testimone e spettatore di ciò che è accaduto questa notte, 3l’unico che nella mia condizione di accusato posso citare come testimone della mia innocenza: procurami un’arma di salvezza, ché possa affrettarmi verso gli Inferi”. 4Con queste parole mi metto a sciogliere la fune di cui era intrecciato. Un capo della fune lo passo sopra ad un trave che da sotto la finestra sporgeva verso l’interno della stanza e ce lo assicuro, l’altro lo annodo strettamente in un cappio; poi salgo sul letto, mi alzo in piedi pronto alla morte, e infilandoci la testa mi metto il laccio al collo. 5Con un piede spingo via il sostegno che mi reggeva, così che la corda, tesa dalla caduta, mi si stringa attorno alla gola e mi impedisca di respirare: 6tutto d’un tratto però quella fune vecchia e marcia si rompe, e io casco dall’alto precipitando addosso a Socrate che era steso vicino a me, e rotolando a terra assieme a lui.

17 1Et ecce in ipso momento ianitor introrumpit exerte clamitans: ‘Vbi es tu qui alta nocte immodice festinabas et nunc stertis inuolutus?’
2Ad haec nescio an casu nostro an illius absono clamore experrectus Socrates exsurgit prior et ‘Non’ inquit ‘inmerito stabularios hos omnes hospites detestantur. 3Nam iste curiosus dum inportune irrumpit – credo studio rapiendi aliquid – clamore uasto marcidum alioquin me altissimo somno excussit’.
4Emergo laetus atque alacer insperato gaudio perfusus et: ‘Ecce, ianitor fidelissime, comes [et pater meus] et frater meus, quem nocte ebrius occisum a me calumniabaris’, et cum dicto Socraten deosculabar amplexus. 5At ille, odore alioquin spurcissimi humoris percussus quo me Lamiae illae infecerant, uehementer aspernatur: 6‘Apage te’ inquit ‘fetorem extremae latrinae’, et causas coepit huius odoris comiter inquirere. 7At ego miser adficto ex tempore absurdo ioco in alium sermonem intentionem eius denuo deriuo et iniecta dextra: 8‘Quin imus’ inquam ‘et itineris matutini gratiam capimus?’ Sumo sarcinulam et pretio mansionis stabulario persoluto capessimus uiam.

17 1Ed ecco che in quel preciso istante il portinaio irrompe nella stanza sbraitando a gran voce: ‘Dove sei, tu che a notte fonda avevi una fretta del diavolo e ora te ne stai a russare avvolto nelle coperte?’
2Al che, svegliato non so se dalla nostra caduta o dal vociare stridulo di lui, Socrate si alza per primo e protesta: ‘Non è certo senza ragione che tutti i clienti maledicono questi albergatori. 3E ora questo impiccione piomba qui dentro da vero screanzato – di sicuro per cercar di rubare qualcosa – e con le sue grida forsennate mi sveglia, stanco com’ero, da un sonno profondissimo’.
4Io balzo in piedi felice ed energico, fuori di me per la gioia insperata: ‘Eccolo qui, portiere tanto scrupoloso, il mio compagno e fratello, quello che stanotte, ubriaco, insinuavi che avessi ucciso’, e mentre dicevo così abbracciavo e baciavo Socrate. 5Ma lui, schifato dall’odore del lurido liquido con cui mi avevano infradiciato quelle streghe, mi spinge via vigorosamente dicendo: ‘E stammi lontano! Puzzi da fare schifo, come una latrina!’, e comincia a chiedermi il motivo di quel tanfo prendendomi un po’ in giro. 7Io, imbarazzato, improvviso sui due piedi una battuta senza senso e a mia volta dirotto la sua attenzione su un altro argomento; così gli porgo la mano e gli dico: 8‘Perché non ce ne andiamo e ci godiamo una bella camminata di buon mattino?’ Prendo quindi il mio fagotto e, pagato all’albergatore il prezzo del soggiorno, ci mettiamo in viaggio.

18 1Aliquantum processeramus, et iam iubaris exortu cuncta conlustrantur. Et ego curiose sedulo arbitrabar iugulum comitis, qua parte gladium delapsum uideram, 2et mecum: ‘Vesane’, aio ‘qui poculis et uino sepultus extrema somniasti. 3Ecce Socrates integer sanus incolumis. Vbi uulnus? Spongia <ubi>? Vbi postremum cicatrix tam alta, tam recens?’ 4Et ad illum: ‘Non’ inquam ‘immerito medici fidi cibo et crapula distentos saeua et grauia somniare autumant; 5mihi denique, quod poculis uesperi minus temperaui, nox acerba diras et truces imagines optulit, ut adhuc me credam cruore humano aspersum atque impiatum’.
6Ad haec ille subridens: ‘At tu’ inquit ‘non sanguine sed lotio perfusus es. 7Verum tamen et ipse per somnium iugulari uisus sum mihi, nam et iugulum istum dolui et cor ipsum mihi auelli putaui, et nunc etiam spiritu deficior et genua quatior et gradu titubo et aliquid cibatus refouendo spiritu desidero’.
8‘En’ inquam ‘paratum tibi adest ientaculum’, et cum dicto manticam meam humero exuo, caseum cum pane propere ei porrigo, et ‘Iuxta platanum istam residamus’ aio.

18 1Avevamo percorso un bel tratto di strada, ed ecco che al sorgere del sole tutto viene inondato di luce. Io osservavo furtivamente e con ansia la gola del mio compagno, lì dove avevo visto affondare la spada, 2e dicevo tra me e me: ‘Ma che folle! Eri ebbro, annegato nel vino, e hai avuto un incubo terribile. 3Eccolo qui Socrate, tutto intero, sano, senza un graffio. Dov’è la ferita, dov’è la spugna? E dov’è poi la cicatrice, così profonda, così recente?’ 4E rivolto a lui: ‘Hanno ragione i medici ad affermare che chi eccede nel mangiare e nel bere fa sogni brutti e angosciosi. 5Anche io, dopo aver alzato un po’ troppo il gomito ieri sera, ho avuto una brutta notte popolata da incubi spaventosi: ancora adesso mi pare di essere tutto lordo di sangue umano’.
6Al che lui sorridendo: ‘No, non di sangue sei intriso, ma di orina! 7Comunque, anch’io ho sognato di essere sgozzato – e in effetti ho sentito male qui, alla gola, e addirittura mi è parso che il cuore mi venisse strappato via dal petto. E adesso mi viene meno il respiro, mi tremano le ginocchia e ho il passo malfermo; ho bisogno di un po’ di cibo per rifocillarmi’.
8‘Come no’, gli dico, ‘ecco qui la colazione già pronta per te’. Mi tolgo la bisaccia dalla spalla, gli porgo premurosamente del formaggio con del pane, e propongo: ‘Mettiamoci a sedere là, accanto a quel platano’.

19 1Quo facto et ipse aliquid indidem sumo eumque auide essitantem aspiciens aliquanto intentiore macie atque pallore buxeo deficientem uideo. 2Sic denique eum uitalis color turbauerat ut mihi prae metu, nocturnas etiam Furias illas imaginanti, 3frustulum panis quod primum sumseram quamuis admodum modicum mediis faucibus inhaereret ac neque deorsum demeare neque sursum remeare posset. 4Nam et breuitas ipsa commeantium metum mihi cumulabat. 5Quis enim de duobus comitum alterum sine alterius noxa peremtum crederet? 6Verum ille, ut satis detruncauerat cibum, sitire inpatienter coeperat; 7nam et optimi casei bonam partem auide deuorauerat, et haud ita longe radices platani lenis fluuius in speciem placidae paludis ignauus ibat argento uel uitro aemulus in colorem. 8‘En’ inquam ‘explere latice fontis lacteo’. Adsurgit et oppertus paululum planiorem ripae marginem complicitus in genua adpronat se auidus adfectans poculum. 9Necdum satis extremis labiis summum aquae rorem attigerat, et iugulo eius uulnus dehiscit in profundum patorem et illa spongia de eo repente deuoluitur eamque paruus admodum comitatur cruor. 10Denique corpus exanimatum in flumen paene cernuat, nisi ego altero eius pede retento uix et aegre ad ripam superiorem adtraxi, 11ubi defletum pro tempore comitem misellum arenosa humo in amnis uicinia sempiterna contexi. 12Ipse trepidus et eximie metuens mihi per diuersas et auias solitudines aufugi et quasi conscius mihi caedis humanae relicta patria et lare ultroneum exilium amplexus nunc Aetoliam nouo contracto matrimonio colo”.

19 1Dopo esserci messi a sedere, prendo anch’io qualcosa dalla bisaccia. Guardandolo mangiare avidamente lo vedo deperire sotto i miei occhi, facendosi sempre più macilento e assumendo un colorito pallido e malsano. 2Alla fine, quel colore cadaverico aveva alterato il suo aspetto così tanto che dalla paura, mentre mi tornavano in mente anche quelle Furie della notte precedente, il primo boccone di pane che avevo messo in bocca, per quanto piccolo, mi si bloccò in gola e non poteva scendere giù né tornare in su. 4Il fatto stesso che di lì non passasse nessuno aumentava la mia paura: 5chi mai infatti avrebbe creduto che, di due compagni di viaggio, uno potesse venire ucciso senza che l’altro ne avesse colpa? 6Quanto a Socrate, dopo aver trangugiato abbastanza cibo, cominciò a provare una sete insopportabile; 7in effetti, aveva divorato avidamente una grossa porzione di ottimo formaggio. Non lontano dalle radici del platano scorreva placidamente un pigro torrente, quasi uno stagno tranquillo, chiaro e splendente come argento o vetro: 8‘Vai’, gli dico allora, ‘saziati dell’acqua pura di quella fonte’. Lui si alza e, dopo aver cercato un punto un po’ più agevole della sponda, si piega sulle ginocchia e si china in avanti, cercando avidamente di soddisfare la propria sete. 9Ma non aveva ancora neanche lambito con la punta delle labbra la superficie del torrente, ed ecco che sul suo collo si apre larga e profonda la ferita e subito ne esce fuori la spugna, seguita da solo poche gocce di sangue. 10Il suo corpo esanime quasi cade a capofitto nel fiume, ma io l’afferrai per un piede e lo trascinai su a fatica sulla riva del fiume. 11Lì piansi il mio povero amico per quel poco che mi fu possibile date le circostanze, e lo coprii per l’eternità con la terra sabbiosa vicino al fiume. 12Quanto a me, turbato e pieno di paura per ciò che mi poteva accadere, fuggii via attraversando luoghi deserti e fuori mano, e come se avessi sulla coscienza un omicidio abbandonai patria e famiglia per andarmene in volontario esilio. Adesso mi sono risposato e vivo in Etolia”.

(trad. L.G.)