3. Orazio, Sat. 2.6.77 ff. (Il topo di campagna e il topo di città)

 

Cervius haec inter vicinus garrit anilis

ex re fabellas. siquis nam laudat Arelli

sollicitas ignarus opes, sic incipit: ‘olim

In mezzo a questi discorsi Cervio, il vicino, racconta alla buona storielle della nonna per l’occasione. Se qualcuno plaude alle ricchezze di Arellio, ignaro degli affanni che ne derivano, comincia così: “Si racconta che una volta

80rusticus urbanum murem mus paupere fertur

accepisse cavo, veterem vetus hospes amicum,

asper et attentus quaesitis, ut tamen artum

solveret hospitiis animum. quid multa? neque ille

sepositi ciceris nec longae invidit avenae,

80un topo di campagna accolse nella sua povera tana un topo di città, un vecchio ospite che riceve un vecchio amico. Ruvido lui, e parsimonioso nel soddisfare le richieste, ma capace di ammorbidire la propria avarizia per un ospite. Non c’è bisogno di lunghi discorsi: non lesinò i ceci che aveva messo da parte né l’avena dai grani allungati,

85aridum et ore ferens acinum semesaque lardi

frusta dedit, cupiens varia fastidia cena

vincere tangentis male singula dente superbo,

cum pater ipse domus palea porrectus in horna

esset ador loliumque, dapis meliora relinquens.

85e gli imbandì, portandoglieli in bocca, uva passa e pezzetti rosicchiati di lardo, cercando di vincere con questo menu variato i gusti difficili dell’altro che a mala pena toccava ogni cosa con le zanne altezzose; il padrone di casa invece, steso sulla paglia di stagione, mangiava farro e loglio lasciando a lui le pietanze migliori.

90tandem urbanus ad hunc “quid te iuvat” inquit, “amice,

praerupti nemoris patientem vivere dorso?

vis tu homines urbemque feris praeponere silvis?

carpe viam, mihi crede, comes, terrestria quando

mortalis animas vivunt sortita neque ulla est

90Alla fine il topo di città gli chiese: “Ma perché, amico mio, ti ostini a sopportare di vivere sui pendii scoscesi di questo bosco? Non preferiresti gli uomini e la città a questa foresta selvaggia? Vieni via, e fidati di me. Le creature terrene sono destinate alla morte,

95aut magno aut parvo leti fuga: quo, bone, circa,

dum licet, in rebus iucundis vive beatus,

vive memor, quam sis aevi brevis.” haec ubi dicta

agrestem pepulere, domo levis exsilit; inde

ambo propositum peragunt iter, urbis aventes

95e né il ricco né il povero può sottrarsi ad essa: perciò, mio caro, finché ti è possibile vivi felice e godi della buona sorte; vivi ricordandoti quanto brevi siano i tuoi giorni”. Il topo di campagna fu colpito da queste parole, e subito balzò fuori, agile, dalla sua tana. Da lì i due si mettono in viaggio verso la loro meta,

100moenia nocturni subrepere. iamque tenebat

nox medium caeli spatium, cum ponit uterque

in locuplete domo vestigia, rubro ubi cocco

tincta super lectos canderet vestis eburnos

multaque de magna superessent fercula cena,

100volendo strisciare sotto le mura della città durante la notte. E già la notte era giunta a metà del suo corso, quando i due entrarono in un ricco palazzo, dove una tela color porpora rifulgeva sui triclini e c’era una gran quantità di cibo avanzato dalla cena della sera prima,

105quae procul exstructis inerant hesterna canistris.

ergo ubi purpurea porrectum in veste locavit

agrestem, veluti succinctus cursitat hospes

continuatque dapes nec non verniliter ipsis

fungitur officiis, praelambens omne quod adfert.

105che riempiva cestelli ammucchiati da una parte. E così l’ospite fa accomodare il topo di campagna sul telo purpureo, e come un cameriere corre avanti e indietro imbandendo una portata dietro l’altra; gli fa anche da servo personale, assaggiando ogni boccone che gli porta.

110ille cubans gaudet mutata sorte bonisque

rebus agit laetum convivam, cum subito ingens

valvarum strepitus lectis excussit utrumque.

currere per totum pavidi conclave magisque

exanimes trepidare, simul domus alta Molossis

110Quello, sdraiato, gode del favorevole volgere della sorte, e in mezzo a tutta quell’abbondanza fa la parte del buon convitato. Ma ecco che all’improvviso un rimbombo di porte che sbattono li fa cadere tutti e due dal letto: terrorizzati, si mettono a correre per tutta la sala e ancor più a fuggire qua e là a perdifiato, mentre il palazzo risuona dell’abbaiare

115personuit canibus. tum rusticus: “haud mihi vita

est opus hac” ait et “valeas: me silva cavosque

tutus ab insidiis tenui solabitur ervo.”‘

115di cani molossi. Disse allora il ropo di città: “Non ho alcun bisogno di una vita come questa! Ti saluto: il bosco e la mia tana mi terranno al sicuro e mi consoleranno dei miei poveri legumi”.

(trad. L. G.)